La copia di mille riassunti
Ci sono canzoni che hanno in sé un potere coercitivo: ti costringono al riascolto e al canticchio, o addirittura al fischiettio. Non è sempre detto che queste canzoni siano le migliori, quelle scritte meglio e suonate da un'orchestra di cherubini in piume e ossa; semplicemente, come vuole il paradigma, sono canzoni indimenticabili o memorabili. In genere sono le canzoni che ascolto sul mio iPod quando accendo la modalità casuale: mi capita di skippare veri capolavori di ogni genere musicale (sia il country che il western, e questa è da palati fini), per atterrare placido come un pianoforte su qualsiasi classicone mi stuzzichi l'orecchio.
Ieri pomeriggio ero sulla navetta che collega Santiago al suo aeroporto, quando mi capita questo brano dei Troggs.
«Aah» direte voi. «Quattro matrimoni e un funerale!», e a questo punto ricevete un'amichevole randellata nei denti. No, per carità, voi conoscerete senz'altro la versione degli Wet Wet Wet, ma, pensateci, è veramente migliore? Io non credo. Ascoltiamola, via.
A parte l'intro e l'arrangiamento da Sheryl Crow in sindrome premestruale, che pure ci sta (ricordiamoci che è il 1994), una cosa è inconcepibile: l'affastellarsi di questo alla linea d'archi e alle infiorettature vocali da boyband, che stavolta non ci stanno (neppure se fosse il 1994, com'è effettivamente). Insomma, una versione ad alto tasso di godimento per le ovaie, che ogni tanto si sentono rombare come motori di formula uno alla partenza (complice il ricordo di uno Hugh Grant ai tempi inguardabile), ma nulla più.
Tre anni prima ci avevano provato i R.E.M., con una versione un poco più indie e fedele all'originale, senza archi, senza nulla, solo Mike Mills alla voce e al basso, Peter Buck al mandolino elettrico, Bill Berry alle maracas e Michael Stipe ai coretti più stupidi mai sentiti nella storia della musica dopo quelli di "Ragazza acidella" (ricordiamoli un momento: fanno 'na cifra acidella...).
Nemmeno questa rende giustizia all'originale, diciamolo, ma - dobbiamo capire i R.E.M. - le cover servono alle band come l'aria ad un palombaro: pensate ai primi due album dei Led Zeppelin, pensate alle origini dei Beatles e dei Rolling Stones. Senza cover non si andava avanti: oggi puoi benissimo avere il coraggio di pubblicare "Wale (Tanto Wale)" senza alcun pudore, ma fino a pochi anni fa questo non succedeva, nonostante le band fossero molto più supponenti e stronze di adesso.
Comunque, una cover è del materiale radioattivo, roba da biohazard - maneggiare con cura. Ad esempio, adoro la buffa onestà dei miei amici eco98 che dichiarano pubblicamente di non aver mai fatto cover perché si annoiavano e sbagliavano a fare le parti giuste come nell'originale: così avrebbero ragionato gli Stooges quarant'anni fa, e non è poco. Ma lo stesso sforzo può risultare utile, o quantomeno divertente (se si è masochisti): prendete il mio gruppo. Un tempo suonavo con l'amico Paranoise in una band che allo stesso tempo vantava fra le influenze i Doors, i Metallica, i Black Sabbath e lo Zecchino d'Oro (no, questo no, ma sarebbe stato bello): tutto quello che siamo riusciti a quagliare in tre anni particolarmente selvaggi è stato "Paranoid" (escluso il finale, non chiedetemi perché) e "Seek & Destroy" (con risultati che posso farvi sentire se mi date il vostro indirizzo perché è tutto rigorosamente registrato su cassettina di recupero). Ora, queste due semplici cover ci facevano impazzire, in ogni senso, e speravamo con queste di trovare un nostro suono, un nostro carattere, che non si è mai rivelato, purtroppo. Ciononostante non rimpiango quell'esperienza, perché ogni violenza esercitata contro due pezzi storici dell'hard rock era volta ad un fine più alto: la nostra egoistica affermazione. Quando, invece, prendi il pezzo di un altro per fare cassa e cassetta, va già meno bene. In ogni caso, se proprio devi, vedi di fare un bel lavoro e di non menartela troppo. Ecco perché Richard Curtis, eminenza grigia della commedia inglese di successo (autore peraltro di spettacoli geniali, a loro modo, come Blackadder e pure l'odiosissimo Mr. Bean), col suo tipico sguardo da inglese piacione e furbastro, merita una piccola piccola randellata nei denti (anche lui). «Perché?», direte voi miei giovani lettori. Per questa, che ironia o no, simpatia o no, sciatalgia o no, è una schifezza che mi ha rovinato il sessantesimo ascolto consecutivo di "Love is all around" (dato che, naturalmente, coverizza i Wet Wet Wet, autocitando il proprio blockbuster, mica l'originale). Non che mi perda nulla: ormai la so a memoria, e poi non è certo il miglior pezzo dei Troggs (che, FYI, è questo), ma non è che io vado lì e tiro giù le mutande a Bridget Jones, no? Ecco, questo per dire che a volte una cover basta e avanza, e forse dovrebbero istituire una corte internazionale di giustizia per stabilire un limite alle idiozie che ti rovinano i riascolti compulsivi.
* Mi scuso per il titolo, ma di fatto non è una citazione di Bersani, bensì una ripresa con un cambio semantico fondamentale: vediamo se ci arrivate.




3 commenti:
wet wet wet A MANI BASSE.
forse non avevi capito bene, ma il gruppo, da cui tu sei fuori, vantava tra le sue influenze dissection, death, avril lavigne.
Ti sei dimenticato la migliore di tutte le cover.
"Christmas is all around" di Bill Nighy in Love Actually.
Se devi fare le cose falle bene almeno.
tivibbi
vampirla
pfff, si vede che non clicchi i link eh, regina delle vampirle?
Posta un commento