Preparativi
Non avevo dormito un minuto, come accade ogni volta che... come accadeva ogni volta da un po' di tempo e basta. L'aereo sarebbe partito alle 9 di mattina e forse ero agitato e trepidante, o forse, semplicemente, non mi ero accorto dello scorrere delle ore notturne mentre riguardavo la prima stagione di Scrubs (a proposito di "riguardavo": Calvino dice che una delle caratteristiche del classico è che non lo si legge mai, ma lo si rilegge sempre; forse Scrubs è già un classico).
Mia madre mi avrebbe accompagnato a Linate: nel momento in cui caricavo la valigia pareva che tenesse quanto me a quel viaggio, un'escursione che lei stessa mi aveva suggerito per poi pentirsene, come le compete istituzionalmente. Due mesi fa, il giorno stesso in cui fui lasciato (userò il tempo remoto, perché si addice), decisi di partire per Santiago, dove Attilio e Michele si trovavano in Erasmus: lei disse che era una buona idea, o forse fu proprio lei a suggerirmela. Il punto è che a quel tempo soffrivamo di due abbagli opposti: io credevo di stare bene, di aver lasciato per strada un peso, e godevo dell'idea di poter condividere la rinascita con i due comapri; mia madre, invece, mi immaginava distrutto e cercava una consolazione a buon mercato, a dispetto della sua funzione di istitutrice nazista. Ovviamente, nel mese e mezzo che seguì le cose cambiarono del tutto: io persi fiducia in me stesso, dopo aver appreso qualcosa che era meglio ignorare; mia madre, da parte sua, riprese a giudicarmi il fannullone che sono sempre stato. Così finii per supplicare il tempo perché accelerasse finoi al giorno della partenza, mentre piovevano i soliti blabla giaculatori sul tempo perso. Cose già viste e già sentite, insomma.
Ormai, però, il viaggio era deciso: sarei partito, per esaudire il bisogno di sentirmi dire quanto valgo da una persona che non mi avesse espulso dall'utero 24 anni prima. (Vi hanno mai consigliato di andare allo specchio e dire a voi stessi «sei un fico, puoi fare quello che vuoi»? Beh, non funziona, per quanto siate effettivamente fichi o, come sospetto, non lo siate affatto.) Il problema era che dopo Santiago sarei andato a Roma, soprattutto per rivedere mio fratello: erano due anni che mi ripromettevo di passare del tempo con lui e con la mia deliziosa cognata, e finalmente avevo occasione di mantenere la promessa. Questo non pareva carino alla mia famiglia, per le solite ragioni di cui sopra, ma tant'è: una promessa è una promessa (che è come dire "uno scaldabagno è uno scaldabagno", mi pare).
"Mantenere le promesse": ecco un nuovo intrigante aspetto della personalità che cercherò di approfondire d'ora in poi. E a questo si aggiungano:
- rispettare orari e scadenze;
- frequentare più spesso le belle ragazze ed ignorare più attivamente le brutte;
- prendere impegni facilmente realizzabili;
- scoprire e sfruttare le potenzialità inespresse.
Ma sto divagando, e ancora non ho detto una parola sul viaggio o su Santiago (lo farò domani). I preparativi non fervevano: da almeno trenta giorni ero pronto a partire. Solo il bagaglio rimaneva irrisolto come un'equazione di primo grado (a me non riuscivano nemmeno quelle, se non a suon di ripetizioni): all'ultimo decisi che non solo avrei usato un bagaglio a mano per esigenze economiche, ma che avrei scelto la borsa più piccola possibile. Paragono questa scelta a gesta eroiche quali il lancio della stampella di Enrico Toti o la pubblicazione delle foto di Topolanek, quindi statemi a sentire bene: per uno come me, che ha fatto dell'accumulazione una fede insopportabile, riuscire a stipare il necessario per quattro giorni in una borsa nera di pelle di pochi centimetri cubici è stato decisivo quanto l'estrazione del dente del giudizio. Vi sembrerà idiota, ma questa non è una pagina di Baricco: una semplice borsa mi ha illuminato più di molte conversazioni autoreferenziali e menose. Il problema, quando accumuli senza ricorrere a quella splendida avanguardia difensiva chiamata
pregiudizio, è che non hai la capacità selettiva di discernere una puttanata da una perla e questo, fidatevi, si ripercuote anche sulla delicata arte di apprestare una valigia (con un certo interesse da parte delle vertebre lombari, in genere). Quando accumuli rischi di ingurgitare qualunque schifezza che un nevrotico bastardo abbia deciso di infilarti a forza nell'esofago, e alla fine ringrazi pure: oh, certo, meglio sapere che non sapere, ma non fatemi tirare fuori Socrate, per favore... Piuttosto, ricordatemi questa massima quando mi ricapiterà di dover suonare la decerebrante linea di basso di
"If it makes you happy"*, così potrò consolarmi della mia pochezza senza dover indulgere nei superalcolici e sputtanare di conseguenza l'esigua paga da cover-band. Per questo, vi dirò, alla lista precedente aggiungete "smettere di accumulare" o "limare l'
horror vacui", se preferite, ma non venitemi a dire una parola sul
pregiudizio: sarò ben contento di abbattere un pregiudizio quando mi sarò accorto della sua idiozia, ma fino ad allora io me lo tengo stretto. Voi potete anche tenervi i Texas Hold'em e le poesie della Merini, le Philip Morris e gli ettolitri di Sbagliati, gli
snuff movies, i romanzi seriali, i Killers** e tutto il resto. Se vi interessa convincermi del contrario di qualunque cosa un prezioso pregiudizio mi induca a pensare, prendetevi il disturbo di venirmi a trovare qui, in via Eros Ramazzotti, per dirmelo di persona e in tono ponderato, e sentirvi rispondere, con tutta probabilità, un altro "no", ma stavolta di persona e ponderato. Intanto vi saluto perché mi parte il volo.
(continua...)
* Vuoi sapere veramente, Sheryl, "perché diavolo sono così triste"? Perché non ho i tuoi milioni, Sheryl, ecco perché.
** Se fossi un critico musicale, mi prefiggerei l'obiettivo di distruggere i Killers e le loro citazioni di Hunter Thompson a buon mercato, i loro testi pieni di nulla che sembrano tormentati ma che suonano bene e basta, e non sempre, perché secondo me sono il fenomeno più sopravvalutato dai tempi di Madonna (sì, avete capito benissimo, o amici gay, io odio quella cantante pop inutile e pretenziosa: don't take it personally).
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