vieni un po' qua

martedì 29 dicembre 2009

Let's get it on



Niente piagnistei, non è poi da molto che manco: da poco prima del Natale, e a questo proposito avrei da stilare una lista di stronzate da antropologi della domenica che ho letto nell'ultimo lavoro di Luttazzi, ma non potrei mai perdonarmi di avervi elevato ad un grado di coscienza superiore. (Com'è il brodino, è caldo? Mi ci tuffo a bomba!). In ogni caso, la lezione è "mai fidarsi di qualcuno che cita Fernando Pessoa in quella che vuol essere una disamina scientifica e rigorosa" (senza alcun oltraggio a Pessoa, sia chiaro).
Voi direte: «Uh?». Vedete come tutto torna alla normalità?
Andiamo avanti.

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domenica 20 dicembre 2009

Vedo la gente scema


Featuring
- "testicoli" di bresaola e gorgonzola
- torta salata con la pasta brisé fatta dalle mie manone solo perché faceva troppo freddo per scendere a comprarla
- paccheri al forno che sono stati criticati per mandarmi in paranoia, ma poi sono scomparsi dalle teglie in un lampo
- tiramisù pantagruelico

Non pervenuti
- pane con le noci
- arista al forno

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venerdì 18 dicembre 2009

Enter the Matrix

Non so se l'avete notato, ma in giro c'è molta gente che sta cercando di tirare le fila di questi maledetti noughties che stanno per finire. Prima di entrare negli anni dieci, qualcuno considera le migliori uscite discografiche del decenio, altri i migliori libri, qualcuno semplicemente cataloga gli eventi più signficativi (è gente che non vuole lavorare l'ultimo dell'anno).
Di quest'ultima stirpe sono i curatori di The Big Picture, la stupenda sezione fotografica del sito del Boston Globe. Fra le cinquanta immagini selezionate, per lo più tragiche e talvolta testimoni di oscene violenze, in qualche modo perverso mi inorgoglisce che l'unica immagine sportiva, oltre al solito (e prevedibile) Usain Bolt, sia proprio questa.



In un decennio che ha visto il primo campionato del mondo giocato in Asia, e con tutti gli altri sport che ovunque hanno guadagnato fama a discapito del calcio, la testata di Zidane a Materazzi è rimasta nella storia.
Forse dietro questa scelta (fatta, ricordiamolo, da chi chiama soccer il footbal, e chiama football uno stupendo gioco a testate) si nasconde qualcosa di più profondo di un semplice fallo. E non equivocate, suvvia.

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I'm too old for this shit!


Ieri in biblioteca civica a Monza (un luogo dove si ritrovano soprattutto gli studenti dei licei circostanti) parlavo di questi ricordi del 1998 a due ragazzine sedute al mio stesso tavolo:
- Nel 1998 ero in seconda elementare.
- Nel 1998 ero all'asilo.
Fine.

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2012



La notizia è già vecchia, perché risale a tre giorni fa, ma si sa che io son lento. Pare che nel 2012 avremo il vaccino contro la nicotina: come dicevano alla radio "basterà una puntura e la voglia di bionde scomparirà del tutto".
Ora, non per fare il polemico, ma
1) questa cosa esiste da molto tempo, e si chiama eroina;
2) se volevate esaudire i desideri dei Maya, potevate almeno costruire una bomba atomica gigantesca, ma agire in questo modo è veramente vigliacco.

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giovedì 17 dicembre 2009

Don't be a hard rock when you really are a gem

questo post è stato ispirato dal DJ set di Frankie Hi-NRG, qualcuno sa perché


Niente superstizioni, eh, ma il 2009 è stato uno degli anni peggiori, quasi quanto il 2008 era stato uno dei migliori. Prima di dedicarmi ai propositi provo a guardarmi indietro e torno a dieci anni fa. Del 1999 non ricordo altro che la mania per il millennium bug. Oggi abbiamo l'allarme-suina e facebook, quindi grandi progressi non sono stati fatti, diciamo che c'è stata solo una specializzazione delle paranoie. Il capodanno del 2000 lo trascorsi a Vienna: ricordo i wurstel e il vin brulé, le sacher e qualche bellissimo quadro. Ricordo anche che provai a convincere mia madre a comprarmi un violino in un mercato dell'usato pieno di cimeli del nazismo e circondato da tossici malconci: ero sicuro che mi ci sarei messo sotto, con quel violino, ed ero anche abbastanza sicuro che non sarei finito a dormire in una stazione della metropolitana. Questo dieci anni fa, e ancora attendo il responso.
Torno ancora un po' indietro, al 1998: un anno di svolta. Ero tra i dodici e i tredici anni, e mi vengono in mente una vacanza-studio in Francia organizzata dall'INPDAP dove conobbi un gruppo di palermitani spisciosi; le nottate a mangiare pizza surgelata e nachos di fronte a TELE+ (quella dei film) con mio fratello; le tavole d'arte completate alle 3 del mattino; "Cordialmente" ogni lunedì sera; il tennis ogni mercoledì; gli amici di Monza e gli amici di Massa; i manga; Napster; i dischi, perdio, i dischi che rubavo a Jacopo, che scoprivo su MTV o su TMC2, che ascoltavo da Bertallot e da Nikki; le compilation del Festivalbar come valide alternative all'intrattenimento radiofonico; Siddharta e Il giovane Holden; la mia prima sbronza al birrificio Lambrate (che ai tempi chiamavamo Skunky). A tredici anni, lasciatevelo dire, ero noioso come oggi. Solo più giovane di undici anni.

Ieri ho scoperto che sta per uscire il nuovo album degli Eels e ho pensato ad Electro-shock blues, uno degli stupendi album di cui parlavo, uscito proprio nel '98, e ho capito di essere un po' vecchio - ma di una vecchiaia trasmessa dalle cose - ed è semplicemente quello che ti capita quando il tuo fratello maggiore se ne intende di libri e di musica: raccogli le briciole del suo pasto e abitui lo stomaco alle pietanze di un'altra epoca.
Coglievo i Cake e i Pearl Jam dalla disordinatissima discoteca di Jacopo e mi ritrovavo indissolubilmente legato ad un'impostazione culturale che già aveva traversato i suoi epifenomeni pop adolescenziali, la sua fase danzereccia, le sue vergogne da nascondere o da ostentare. Per questo, amici, non sopporto Lady Gaga. Non è supponenza, si tratta di pura e semplice natura umana: io quel passo l'ho saltato, ho giocato con l'handicap e mi ritrovo nel mezzo di una prateria a due passi dal green. «Bel divertimento...», direte voi. E cosa posso rispondervi? Non è colpa mia, è colpa del tredicenne del 1998, eppure non riuscirei mai a staccargli dalle orecchie il suo Sony Walkman e non permetterei a nessuno di farlo. Anche perché probabilmente stava ascoltando questo piccolo capolavoro.
Ora, non prendetemi per un indie-robot. Anch'io avevo le mie "sbandate pop", che andavano a braccetto con l'ondata testosteronica incipiente. La mia sbandata si chiamava Lauryn Hill e quel disco (The Miseducation of Lauryn Hill) lo consumavo, ne sfogliavo il booklet, cercavo di decifrarne i testi fitti fitti. Nel 1998 una come Lauryn poteva essere sulla cresta dell'onda, faceva tendenza, sbancava le classifiche. Nel 1998 le parole di "That Thing" erano miele che colava tiepido nelle mie orecchie, qualunque cosa volessero significare: come potevo continuare a frequentare l'oratorio dopo quell'esperienza? Infatti smisi di andarci, anche se questo equivaleva a farsi tagliare fuori dalla vita sociale dei tredicenni del mio quartiere.
Ma chi poteva fottersene meno di me? Io avevo i Bran Van per i momenti più profondi, e Lauryn per tutta la vita.


(non so voi, ma io svenivo regolarmente tra il minuto 3:08 e 3:12)

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mercoledì 16 dicembre 2009

And so a secret kiss brings madness with the bliss



All'asilo le maestre organizzarono una recita ispirata ai cartoni animati Disney. A me toccò di interpretare la carta di "Alice nel paese delle Meraviglie": ero il due di picche. True story.

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24 sera 19.29: negoziante, stai chiudendo



Io so leggere. Questo lo preciso, perché magari vi stavate chiedendo - chessoio - perché un libro fantastico come "Guida ragionevole al frastuono più atroce" sia rimasto inconcluso sul mio scaffale dalla fine di agosto a Sant'Ambrogio: il motivo è che so leggere, ma lentamente. Non è una scelta politica, non è "lavorare con lentezza": sono lento e basta (qualcuno dice ritardato, ma io preferisco lento, che etimologicamente significa anche "tenero" e mi si addice in qualche modo). Una coincidenza vuole che da qualche millennio gli uomini si ritrovino nelle case degli amici e dei parenti proprio in questo periodo dell'anno in cui la temperatura lascia ben poche alternative allo svago domestico (hai capito che sforzo, 'sti antichi) e, quando si va in visita, la tradizione vuole che uno scambio di regali suggelli la cordialità tra ospite e visitatore. Poi questa tradizione ha assunto diversi nomi (l'ultimo è Natale, ma non è detto che nei prossimi anni non si aggiorni questa denominazione obsoleta), ma il succo è rimasto lo stesso: intorno alla fine dell'anno ci si scambiano i presenti. Probabilmente già Macrobio deve aver avuto problemi, durante i Saturnali, mentre sappiamo per certo che Marziale regalava agli amici qualche epigramma sconcio dei suoi (che poi, in fondo, è come se un blogger regalasse un post che parla di cazzi sudici e troie spanate ad un altro blogger, che dopotutto come idea non è da buttare).
Ora, sapete quanto le tradizioni mi deprimano (del resto Natale è la peggiore delle festività, e non a caso l'occidente è riuscito ad esportarla con grande successo in tutto il mondo) ma non possiamo ignorare le illuminazioni insulse e colorate (perché? la luce bianca vi dava fastidio? dobbiamo per forza dare al centro di Monza la sobrietà di Las Vegas?), non possiamo ignorare gli spot Bauli, non possiamo ignorare (e questo è un bene) gli splendidi litchis che ci vengono imbanditi, quindi ci chiediamo: noi che faremo dei nostri soldi guadagnati o, sarebbe meglio, rubati ad una vecchietta ipovedente che per non sbagliare ha accusato del furto la propria badante? Se non avete già programmato di spenderli tutti in droga e puttane, io vi lancio un suggerimento: una lista precisa ed infallibile dei libri che mi dovete regalare.
Non regalatemi tutti lo stesso libro, se possibile, e non offendetevi se il vostro dono rimarrà intonso per un annetto buono: ve l'ho detto che leggo lentamente.

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martedì 15 dicembre 2009

Тёмная ночь



Ieri mi ero proposto di iniziare e concludere una serie di cose: non ci sono riuscito ed oggi sono costretto all'inazione dalla forza superiore dei proverbi. A proposito di "inazione", sempre ieri il mio buon gugol-rider mi ha avvisato che Bucknasty aveva pubblicato qualcosa: sono andato a controllare 7yearwinter e cosa ti vedo dipanarmi di fronte? Il feuilleton satirico del mese - anche se poi vai a vedere e scopri che è una storia vecchia di quattro anni: prima c'è stato il blog di Manuel Agnelli, quindi i fan sono andati in visibilio, alla fine è stato pubblicato un pezzo inedito ("Convulsione emozionale") con un testo ed una musica che sono parodie di alta scuola (mica le imitazioni di Striscia La Notizia, per favore). Ieri, per l'appunto, il capitolo finale, tristemente rivelatore della psicologia della rockstar milanese. Ora ditemi cos'altro potevo fare, se non tentare di "infilare un braccio nel culo di Dio per sapere cosa si prova ad essere immortali"?  Per documentarmi ho affrontato addirittura lo sforzo di leggere "Il meraviglioso tubetto" (piece of shit) di Manuel Agnelli, ma quello potete risparmiarvelo ché mi sono sacrificato per voi. Come Gesù, solo che ai tempi di Gesù non c'era Manuel Agnelli (il che è ben comodo, eh Cristuccio?).

La morale. Se siete tristi e vi sentite incompresi, non preoccupatevi: c'è sempre qualcuno troppo ignorante, o troppo presuntuoso, o in generale troppo stupido non dico per apprezzare una piccola satira, ma addirittura per capirla, per scoprire che è parodia e non tributo. Guardatelo, ridete di lui e andate avanti: la vita vi riserverà molti incontri con queste persone e il tempo è troppo misero per dedicar loro più di uno sguardo ironico e una grassa risata. La notte è nera, ma per qualcuno un po' di più.


PS- Avvertenza: le parole sottolineate indicano i collegamenti ai post di Bucknasty e ad altre cose interessanti, perciò se il primo dito della mano vi fosse miracolosamente mutato in pollice opponibile, il mio consiglio è di cliccarci sopra (sul link, non sul pollice). Altrimenti, non cliccate e ditemi nei commenti cosa avete capito di quello che ho scritto, son proprio curioso.

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lunedì 14 dicembre 2009

"What the hell is water?"

More about Questa è l'acqua

(EDIT)
Ripòsto questo aggiornamento con l'ammissione della rinuncia alla traduzione del seguente brano.
Sto dicendo che non ne sarei stato capace? Direi di no, visto che ho appena comprato questo libro che contiene This is Water e, confrontando la traduzione di Giovanna Granato con la mia, non mi pare di aver fatto un brutto lavoro. Fortunatamente non devo iscrivermi a gruppi o test di FB per scoprire che so l'inglese, figuriamoci se dovessi basarmi sulla pagella del liceo: I got skills e li ho guadagnati sul campo. In ogni caso, essendo stata pubblicata questa buona traduzione, vi invito (proprio io, il parassita) a comprarla, dal momento che è accompagnata da altri cinque racconti inediti in Italia.
Ok, lo ammetto: mettersi a leggere questi brani è solo un metodo per dilazionare ulteriormente la lettura di Infinite Jest (un anno circa, ormai), ma io la spaccerò come "ricerca di tematiche collaterali e parallele all'interno del corpus dell'autore". Voi, per piacere, annuite e datemi retta.
Vale sempre l'invito a leggersi lo speech in versione originale: anni ed anni passati a ripetere stupide canzoni pop non può non avervi lasciato qualcosa, no? Inoltre è gratis, fate voi.



Intanto io lo linko, perché mi ha fatto perdere un bel pomeriggio e vi voglio far perdere una bella serata. Poi quando torno dai miei giri (mondani e - aehm - calcistici), aggiuorno e vi ci meno via un bel po'. Per adesso, leggete qui, che ne vale la pena. Fidatevi.

Everything in my own immediate experience supports my deep belief that I am the absolute center of the universe, the realest, most vivid and important person in existence. We rarely talk about this sort of natural, basic self-centeredness, because it's so socially repulsive, but it's pretty much the same for all of us, deep down. It is our default-setting, hard-wired into our boards at birth. Think about it: There is no experience you've had that you were not at the absolute center of. The world as you experience it is right there in front of you, or behind you, to the left or right of you, on your TV, or your monitor, or whatever. Other people's thoughts and feelings have to be communicated to you somehow, but your own are so immediate, urgent, real -- you get the idea.

Probably the most dangerous thing about college education, at least in my own case, is that it enables my tendency to over-intellectualize stuff, to get lost in abstract arguments inside my head instead of simply paying attention to what's going on right in front of me. Paying attention to what's going on inside me. As I'm sure you guys know by now, it is extremely difficult to stay alert and attentive instead of getting hypnotized by the constant monologue inside your own head.

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Aridaje



John Frusciante è uscito nuovamente dal gruppo. Spero non ne derivi un sequel del romanzo di Brizzi che, ammettiamolo, faceva piuttosto cacare.
A proposito, qualcuno si ricorda di cosa parlava il romanzo di Brizzi?

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La mia barba è bionda, la mucca dà latte



(per Minchiele)

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domenica 13 dicembre 2009

Attentato!



Due cose mi vengono in mente, a caldo e senza alcun giudizio politico sul perché, come, con che cosa, etc.*
Uno. Che lo si voglia o no, questa è la foto dell'anno. E, come sempre, un anno di merda riesce a redimersi in zona Cesarini (la mia seconda zona preferita).
Due. Finalmente è stato trovato un senso alla vita di Beppe Braida.
(EDIT)Tre. Le battute che ne scaturiscono sono qualcosa che rallegra il Natale di tutti quanti. Al primo posto, per ora, quella di Ester "Hoshimem" Memoli letta su FriendFeed:
“Sono miracolato, un centimetro più su e avrei perso l’occhio”. Certo: un millimetro più giù e lo gambizzavano.
Ognuno la prenderà come preferisce: lui l'ha presa sul muso, a quanto pare.

 
* Preparatevi ad un muro di fuoco di giudizi: come dice qualcuno su FF "domani il Giornale e Libero saranno da collezione", ma anche il TG4 è da registrare. Quello che mi deluderà, ne sono certo, sarà la reazione di "tutti gli altri": stiamo a guardare e prendiamo nota per le prossime elezioni.

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venerdì 11 dicembre 2009

Vi ricordate di quell'epoca che fu?



Io, quando avevo tredici anni, ho compiuto metà dei progressi intellettuali di tutta la mia vita (se vi interessa saperlo, la restante metà si colloca tra il liceo ed il primo anno di università: dopo, la delùge). Entravo in camera di mio fratello e lo disturbavo: frugavo fra i cd, sbirciavo Napster e rubavo le cassettine che registrava o che gli passavano i suoi amici. Probabilmente non sarei diventato niente, se non fosse stato per l'apporto di un adulto irresponsabile e fannullone come lui. Tra i tredici e i quindici anni, prima che Jacopo si trasferisse a Milano, ho visto più film, ascoltato più dischi, letto più libri di quanto possiate immaginare conoscendomi per il pigro che sono. L'unica abitudine compulsiva che non ho smarrito per strada è quella di discutere per ogni argomento, parlando con una logorrea indegna per un adoloscente (ma anche per un ventiquattrenne, a giudicare dai discorsi dei miei conoscenti), con il puntiglio di un rompino e la voglia di aver ragione (ahimé) di un leghista in erba.
Ma non divaghiamo. In una di quelle magnifiche nottate passate a parlare di chissà quale massimo sistema notai questo disco, lo presi in prestito, lo ascoltai in camera mia. Forse "Istanbul" non era il miglior pezzo, sicuramente il meno rappresentativo dello stile dei Litfiba, eppure mi instillò per prima il desiderio di fare qualcosa che non fosse giocare a calcio all'oratorio, e questo le conferisce un merito personale non indifferente col senno di poi. Oggi si è saputo che i Litfiba si riuniscono per un tour primaverile, e questa notizia (soprattutto grazie alla precisazione che non ci saranno nuove registrazioni imbarazzanti da dover disprezzare) mi ha salvato la giornata. Ci vediamo il 13 aprile al forum, bucaioli.

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giovedì 10 dicembre 2009

Would you love me more if I didn't poop?



- «Perché non mi parli?»
- «Perché sei maledetto da Dio e dagli uomini.»
- «Beh, meno male che almeno Dio non esiste, così ho potuto sentire la tua risposta.»

Era chiaro che mi voleva. L'intesa delle nostre anime sperdute piroettava nell'aere come uno spruzzo del nuovissimo deodorante Glade per ambienti.
Io le chiesi se sapeva fare i pompini col sedere, lei si schermì con un ceffone. Non ero proprio capace di prenderla, perciò la abbandonai lì a sé stessa, sul bancone di un bar mezza ubriaca di Crodino (era astemia, ma il Crodino la inebriava). Provò a fermarmi, dicendomi che aveva molti più pretendenti di quanti io stesso potessi inventarmi lì sul momento.

- «Quanti? 15?»
- «37!»

Perbacco... mi stupì. Io non ci sarei mai arrivato, e sono sicuro che, se le avessi lasciato più tempo, ne avrebbe potuti inventare molti altri. Ma questo non bastava per farmela amare: ci voleva molta più fantasia e una buona teglia di lasagne (forse anche i pompini col sedere). Per questo mi allontanai dal bancone, con ettolitri di bava alla bocca dello stomaco: vomitai. Presi un tovagliolo e mi asciugai. Incredibilmente, la porta di vetro del bar era umida di ansimi sessuali: nulla a che vedere con la macchina in cui stavo entrando, chinandomi sotto l'ala di gabbiano cromata. Alla guida un essere vivente e sbuffante pieno di eleganza: lo avresti scambiato per un gatto se non fosse stato per lo splendido odore che emanavano i suoi seni. Quando tolsi il naso dal suo petto mi accorsi che dietro al sedile, sul tappetino di feltro, era posata una confezione di croccantini: mi ripromisi di indagare.

- «Che fai? Hai ricreato l'ambiente di quella prima volta o è un nuovo tipo di vetro oscurato?»
- «Lo sai che amo le ricorrenze: non senti l'odore di vinaccio...»
- «E come no. Ho già un'erezione.»
- «Andiamo, scemo.»

Lo stereo ad altissimo volume mi infastidiva: non conoscevo nemmeno una canzone, ma questo mi risparmiava dall'imbarazzante impulso di cantare sopra la musica. Avevo solo una chance in quel viaggio e non l'avrei sprecata, neppure se la guidatrice di nero vestita avesse deciso di scaricarmi in mezzo alla strada provinciale, neppure se fossi fuggito dal bagno dell'autogrill quando le chiesi di fermarci a pisciare. C'è un tempo per darsi alla macchia e c'è un tempo per accelerare: ora accelera, bimba, si scende quando si scende.

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martedì 8 dicembre 2009

La tua fine è il mio inizio [atto primo]



Preparativi
Non avevo dormito un minuto, come accade ogni volta che... come accadeva ogni volta da un po' di tempo e basta. L'aereo sarebbe partito alle 9 di mattina e forse ero agitato e trepidante, o forse, semplicemente, non mi ero accorto dello scorrere delle ore notturne mentre riguardavo la prima stagione di Scrubs (a proposito di "riguardavo": Calvino dice che una delle caratteristiche del classico è che non lo si legge mai, ma lo si rilegge sempre; forse Scrubs è già un classico).
Mia madre mi avrebbe accompagnato a Linate: nel momento in cui caricavo la valigia pareva che tenesse quanto me a quel viaggio, un'escursione che lei stessa mi aveva suggerito per poi pentirsene, come le compete istituzionalmente. Due mesi fa, il giorno stesso in cui fui lasciato (userò il tempo remoto, perché si addice), decisi di partire per Santiago, dove Attilio e Michele si trovavano in Erasmus: lei disse che era una buona idea, o forse fu proprio lei a suggerirmela. Il punto è che a quel tempo soffrivamo di due abbagli opposti: io credevo di stare bene, di aver lasciato per strada un peso, e godevo dell'idea di poter condividere la rinascita con i due comapri; mia madre, invece, mi immaginava distrutto e cercava una consolazione a buon mercato, a dispetto della sua funzione di istitutrice nazista. Ovviamente, nel mese e mezzo che seguì le cose cambiarono del tutto: io persi fiducia in me stesso, dopo aver appreso qualcosa che era meglio ignorare; mia madre, da parte sua, riprese a giudicarmi il fannullone che sono sempre stato. Così finii per supplicare il tempo perché accelerasse finoi al giorno della partenza, mentre piovevano i soliti blabla giaculatori sul tempo perso. Cose già viste e già sentite, insomma.
Ormai, però, il viaggio era deciso: sarei partito, per esaudire il bisogno di sentirmi dire quanto valgo da una persona che non mi avesse espulso dall'utero 24 anni prima. (Vi hanno mai consigliato di andare allo specchio e dire a voi stessi «sei un fico, puoi fare quello che vuoi»? Beh, non funziona, per quanto siate effettivamente fichi o, come sospetto, non lo siate affatto.) Il problema era che dopo Santiago sarei andato a Roma, soprattutto per rivedere mio fratello: erano due anni che mi ripromettevo di passare del tempo con lui e con la mia deliziosa cognata, e finalmente avevo occasione di mantenere la promessa. Questo non pareva carino alla mia famiglia, per le solite ragioni di cui sopra, ma tant'è: una promessa è una promessa (che è come dire "uno scaldabagno è uno scaldabagno", mi pare).
"Mantenere le promesse": ecco un nuovo intrigante aspetto della personalità che cercherò di approfondire d'ora in poi. E a questo si aggiungano:
- rispettare orari e scadenze;
- frequentare più spesso le belle ragazze ed ignorare più attivamente le brutte;
- prendere impegni facilmente realizzabili;
- scoprire e sfruttare le potenzialità inespresse.
Ma sto divagando, e ancora non ho detto una parola sul viaggio o su Santiago (lo farò domani). I preparativi non fervevano: da almeno trenta giorni ero pronto a partire. Solo il bagaglio rimaneva irrisolto come un'equazione di primo grado (a me non riuscivano nemmeno quelle, se non a suon di ripetizioni): all'ultimo decisi che non solo avrei usato un bagaglio a mano per esigenze economiche, ma che avrei scelto la borsa più piccola possibile. Paragono questa scelta a gesta eroiche quali il lancio della stampella di Enrico Toti o la pubblicazione delle foto di Topolanek, quindi statemi a sentire bene: per uno come me, che ha fatto dell'accumulazione una fede insopportabile, riuscire a stipare il necessario per quattro giorni in una borsa nera di pelle di pochi centimetri cubici è stato decisivo quanto l'estrazione del dente del giudizio. Vi sembrerà idiota, ma questa non è una pagina di Baricco: una semplice borsa mi ha illuminato più di molte conversazioni autoreferenziali e menose. Il problema, quando accumuli senza ricorrere a quella splendida avanguardia difensiva chiamata pregiudizio, è che non hai la capacità selettiva di discernere una puttanata da una perla e questo, fidatevi, si ripercuote anche sulla delicata arte di apprestare una valigia (con un certo interesse da parte delle vertebre lombari, in genere). Quando accumuli rischi di ingurgitare qualunque schifezza che un nevrotico bastardo abbia deciso di infilarti a forza nell'esofago, e alla fine ringrazi pure: oh, certo, meglio sapere che non sapere, ma non fatemi tirare fuori Socrate, per favore... Piuttosto, ricordatemi questa massima quando mi ricapiterà di dover suonare la decerebrante linea di basso di "If it makes you happy"*, così potrò consolarmi della mia pochezza senza dover indulgere nei superalcolici e sputtanare di conseguenza l'esigua paga da cover-band. Per questo, vi dirò, alla lista precedente aggiungete "smettere di accumulare" o "limare l'horror vacui", se preferite, ma non venitemi a dire una parola sul pregiudizio: sarò ben contento di abbattere un pregiudizio quando mi sarò accorto della sua idiozia, ma fino ad allora io me lo tengo stretto. Voi potete anche tenervi i Texas Hold'em e le poesie della Merini, le Philip Morris e gli ettolitri di Sbagliati, gli snuff movies, i romanzi seriali, i Killers** e tutto il resto. Se vi interessa convincermi del contrario di qualunque cosa un prezioso pregiudizio mi induca a pensare, prendetevi il disturbo di venirmi a trovare qui, in via Eros Ramazzotti, per dirmelo di persona e in tono ponderato, e sentirvi rispondere, con tutta probabilità, un altro "no", ma stavolta di persona e ponderato. Intanto vi saluto perché mi parte il volo.


(continua...)


* Vuoi sapere veramente, Sheryl, "perché diavolo sono così triste"? Perché non ho i tuoi milioni, Sheryl, ecco perché.
** Se fossi un critico musicale, mi prefiggerei l'obiettivo di distruggere i Killers e le loro citazioni di Hunter Thompson a buon mercato, i loro testi pieni di nulla che sembrano tormentati ma che suonano bene e basta, e non sempre, perché secondo me sono il fenomeno più sopravvalutato dai tempi di Madonna (sì, avete capito benissimo, o amici gay, io odio quella cantante pop inutile e pretenziosa: don't take it personally).

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lunedì 7 dicembre 2009

La tua fine è il mio inizio [prologo]




Ex post
Intanto mi scuso per il titolo: non avrei voluto ripresentarmi con una qualche sorta di citazione Terzaniana sul karma, o percepibile da chicchessia come tale o perfino come una minaccia di morte (per la cronaca, io per natura ed indole minaccio solo di vita, e questo chi lo capisce è bravo perché nemmeno io ho idea di cosa cazzo significhi). 
Vedete, il punto è che non sono capace di scrivere se non ho un supporto orizzontale per il mio foglio e non sono sbronzo al punto giustissimo (e questo lo sento come un impedimento sensibile alle mie aspirazioni giornalistiche). Queste condizioni, purtroppo, si conciliavano maluccio con il contesto morfo-fisiologico di quest'ultima settimana, durante la quale per lo più mi sono ritrovato io ad assumere una posizione orizzontale, e questo per esagerati innaffiamenti giugulari di Estrella Galicia e Licor Café.
In questi casi, dunque, per soddisfare i fan e soprattutto la Musa, che si sentiva come una pigra stronza che smette di fumare per un intero fine settimana solo per evitare di uscire a comprare le sigarette (conosco bene questa sensazione), bisogna fare come sto facendo nel momento in cui scarabocchio gli appunti per questo post: sedersi con un foglio davanti al muso, infilare negli auricolari musica sufficientemente frastornante da inibire il mio ego e procedere col ricordo, consapevole di aver lasciato buona parte della memoria degli eventi appiccicata da qualche parte per sbaglio, come una macchia ormai indelebile di Licor Café sulla mia maglietta di Mondrian preferita, o come un paio di Wayfarer che adesso vagano per Roma tutti soli. Poi ci vuole un posto adatto, tipo un eremo in montagna, per fingere di avere qualcosa di importante con cui tornare a valle. E invece no, torno con me stesso e basta, niente di che se non siete interessati all'articolo. Per tutti gli intelligenti, invece, buona lettura.


(continua...)

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martedì 1 dicembre 2009

La copia di mille riassunti


Ci sono canzoni che hanno in sé un potere coercitivo: ti costringono al riascolto e al canticchio, o addirittura al fischiettio. Non è sempre detto che queste canzoni siano le migliori, quelle scritte meglio e suonate da un'orchestra di cherubini in piume e ossa; semplicemente, come vuole il paradigma, sono canzoni indimenticabili o memorabili. In genere sono le canzoni che ascolto sul mio iPod quando accendo la modalità casuale: mi capita di skippare veri capolavori di ogni genere musicale (sia il country che il western, e questa è da palati fini), per atterrare placido come un pianoforte su qualsiasi classicone mi stuzzichi l'orecchio.
Ieri pomeriggio ero sulla navetta che collega Santiago al suo aeroporto, quando mi capita questo brano dei Troggs.


«Aah» direte voi. «Quattro matrimoni e un funerale!», e a questo punto ricevete un'amichevole randellata nei denti. No, per carità, voi conoscerete senz'altro la versione degli Wet Wet Wet, ma, pensateci, è veramente migliore? Io non credo. Ascoltiamola, via.



A parte l'intro e l'arrangiamento da Sheryl Crow in sindrome premestruale, che pure ci sta (ricordiamoci che è il 1994), una cosa è inconcepibile: l'affastellarsi di questo alla linea d'archi e alle infiorettature vocali da boyband, che stavolta non ci stanno (neppure se fosse il 1994, com'è effettivamente). Insomma, una versione ad alto tasso di godimento per le ovaie, che ogni tanto si sentono rombare come motori di formula uno alla partenza (complice il ricordo di uno Hugh Grant ai tempi inguardabile), ma nulla più.
Tre anni prima ci avevano provato i R.E.M., con una versione un poco più indie e fedele all'originale, senza archi, senza nulla, solo Mike Mills alla voce e al basso, Peter Buck al mandolino elettrico, Bill Berry alle maracas e Michael Stipe ai coretti più stupidi mai sentiti nella storia della musica dopo quelli di "Ragazza acidella" (ricordiamoli un momento: fanno 'na cifra acidella...).



Nemmeno questa rende giustizia all'originale, diciamolo, ma - dobbiamo capire i R.E.M. - le cover servono alle band come l'aria ad un palombaro: pensate ai primi due album dei Led Zeppelin, pensate alle origini dei Beatles e dei Rolling Stones. Senza cover non si andava avanti: oggi puoi benissimo avere il coraggio di pubblicare "Wale (Tanto Wale)" senza alcun pudore, ma fino a pochi anni fa questo non succedeva, nonostante le band fossero molto più supponenti e stronze di adesso.
Comunque, una cover è del materiale radioattivo, roba da biohazard - maneggiare con cura. Ad esempio, adoro la buffa onestà dei miei amici eco98 che dichiarano pubblicamente di non aver mai fatto cover perché si annoiavano e sbagliavano a fare le parti giuste come nell'originale: così avrebbero ragionato gli Stooges quarant'anni fa, e non è poco. Ma lo stesso sforzo può risultare utile, o quantomeno divertente (se si è masochisti): prendete il mio gruppo. Un tempo suonavo con l'amico Paranoise in una band che allo stesso tempo vantava fra le influenze i Doors, i Metallica, i Black Sabbath e lo Zecchino d'Oro (no, questo no, ma sarebbe stato bello): tutto quello che siamo riusciti a quagliare in tre anni particolarmente selvaggi è stato "Paranoid" (escluso il finale, non chiedetemi perché) e "Seek & Destroy" (con risultati che posso farvi sentire se mi date il vostro indirizzo perché è tutto rigorosamente registrato su cassettina di recupero). Ora, queste due semplici cover ci facevano impazzire, in ogni senso, e speravamo con queste di trovare un nostro suono, un nostro carattere, che non si è mai rivelato, purtroppo. Ciononostante non rimpiango quell'esperienza, perché ogni violenza esercitata contro due pezzi storici dell'hard rock era volta ad un fine più alto: la nostra egoistica affermazione. Quando, invece, prendi il pezzo di un altro per fare cassa e cassetta, va già meno bene. In ogni caso, se proprio devi, vedi di fare un bel lavoro e di non menartela troppo. Ecco perché Richard Curtis, eminenza grigia della commedia inglese di successo (autore peraltro di spettacoli geniali, a loro modo, come Blackadder e pure l'odiosissimo Mr. Bean), col suo tipico sguardo da inglese piacione e furbastro, merita una piccola piccola randellata nei denti (anche lui). «Perché?», direte voi miei giovani lettori. Per questa, che ironia o no, simpatia o no, sciatalgia o no, è una schifezza che mi ha rovinato il sessantesimo ascolto consecutivo di "Love is all around" (dato che, naturalmente, coverizza i Wet Wet Wet, autocitando il proprio blockbuster, mica l'originale). Non che mi perda nulla: ormai la so a memoria, e poi non è certo il miglior pezzo dei Troggs (che, FYI, è questo), ma non è che io vado lì e tiro giù le mutande a Bridget Jones, no? Ecco, questo per dire che a volte una cover basta e avanza, e forse dovrebbero istituire una corte internazionale di giustizia per stabilire un limite alle idiozie che ti rovinano i riascolti compulsivi.


* Mi scuso per il titolo, ma di fatto non è una citazione di Bersani, bensì una ripresa con un cambio semantico fondamentale: vediamo se ci arrivate.

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Sons of a hatch

C'era una volta un filologo pergameno di nome Cratete che si ruppe una gamba in un tombino di Roma.
Da questo evento traggono origine due conseguenze di ineguale importanza:
- la trasmissione della cultura greca ai rozzi romani;
- la nascita del blog lagambadicratete (non pervenuto).

Ora decidete voi quale delle due sia più importante.

Regalatemi soldi

25.3.2010 - Cratete + simonerossi + ilsamoano + commentone @ ARCI Acropolis (Vimercate)
2.4.2010 - Tre Allegri Ragazzi Morti @ Baraonda (Massa)
10.5.2010 - Daniel Johnston @ Teatro Ciak (Milano)

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zoppi come me

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