vieni un po' qua

mercoledì 12 maggio 2010

Going to California

In breve, mi trasferisco. Vado qui, per ragioni che non ho ancora compreso a fondo, ma che, posso assicurarlo, quando si riveleranno mi sembreranno insulse e sarà troppo tardi. In realtà questa casa rimane in piedi - nessuno la tocchi - ma ho imballato e spostato tutti gli effetti personali. E niente, questa metafora del trasloco non mi garba: avrei preferito parlare di questo passaggio come di un preparativo alla migrazione, tipo quando ci si porta dietro lo stretto-indispensabile per fare migliaia di chilometri a piedi. Avrei preferito scrivere un necrologio, invece mi sento come quello che parte dal Regno Unito per andare a pasturare in California, perché la sua donna britannica gli ha bevuto il vino e fumato la roba, puttana!, e allora se ne va con il sogno di un mondo di donzelle dolci, comprensive e immuni alla sifilide. Poi ci va, in California, e i Pearl Jam gli rubano la storia. Ti ricordi di questa storia?
Il bello del viaggio è il viaggio stesso? Non direi, in questo caso, a meno che non vogliate sentir parlare di CSS (non il gruppo brasiliano). Il bello del viaggio sono i posti da cui si fugge e quelli in cui ci si rifugia, e l'incanto spaziotemporale che li separa.

Tu intanto senti un po' qua, poi ne riparliamo di là.



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martedì 27 aprile 2010

Rete a strascico

le colonne portanti della mia dashboard

Le cose non sono le cose che sono, ma la rete a strascico che se le porta dietro. Le cose sono lo strascico, e lo strascico ha pane, suono, aria, voci, pagine, accordi, pixel.
Un giorno la fonderemo, quella casa editrice con dentro tutta, ma proprio tutta, la gente dell'internet che ci piace, la casa editrice della rete a strascico. E quel giorno faremo davvero il botto, in alto o in basso che sia, fuoco d'artificio o gavettone spetasciato che sia.
E niente, sabato a Carpi c'è stata una cosa bella. Il giorno dopo, pure. Poi torni in Brianza e per le mani ti capitano un grambellìbro e un grambeldìsco, più lo strascico, ovviamente, così ti addormenti in un sogno, una volta tanto, anziché risvegliartici.


PS- Tutto questo lo dobbiamo, noi dello strascico, all'ingegner Marco Manicardi.

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venerdì 23 aprile 2010

Anna

 

Fino al giorno in cui cambiarono il cartellino sopra il citofono, ho sempre creduto che il nome di mia nonna fosse Anna. All’anagrafe, invece, era registrata come Annina Barani e dato che i nomi propri diminutivi non li ho mai capiti, mi sono convinto che i suoi genitori volessero evitare il palindromo, per superstizione. Una stupida superstizione, aggiungo, perché quello che può riavvolgersi conservando il suono e il senso è magico, mentre l’irreversibile è tragico come la vita.

Anna aveva poco meno di trent’anni quando cominciarono a cadere le bombe sopra Massa: accanto alla cooperativa alimentare in cui lavorava, a sinistra, c’era piazza Aranci, chiamata così perché circondata di alberi d’arancio, sotto la piazza un rifugio antiaereo, sopra i palazzi sfracellati intorno agli aranci. A Massa tutto ha un nome semplice e inequivocabile, come piazza Mazzini, che tutti chiamano piazza Mercurio per via di una statua del dio pagano. Ad ogni luogo un nome irreversibile, perché nessuno si confonda, Massa è fatta così, e per questo, credo, i Massesi danno ai propri figli nomi insoliti: Alberigo, Ilva. Settima era la sorella maggiore di Anna, opposte nel carattere e nella corporatura: minuta e sensibile Settima, robusta e incosciente Anna. Cominciarono a cadere le bombe e dopo poco arrivarono i tedeschi vestiti di nero e marrone – cagnacci, li si chiamava amichevolmente – e con loro gli sfollati dei dintorni, prima che i dintorni ospitassero gli sfollati di Massa. Settima li temeva come la morte, i cagnacci, quando bussavano alla loro porta per sequestrare le inesistenti riserve di olio e vino. Una volta si spaventò al punto da farsela addosso, così, dopo l’estate infame del ’44, Anna si convinse a lasciarla fuggire a Pistoia coi figlioli ancora piccoli sopra un camion che, a metà del percorso, in cima alla Garfagnana, abbandonò lei, i bimbetti e un’altra ventina di disgraziati, che si facessero il resto del viaggio a piedi. A quanto pare, oltre che migranti, siamo stati un popolo di scafisti.

Anche mio nonno Alberto aveva superato il fronte. Faceva il poliziotto, Alberto, perché sapeva leggere e scrivere ma aveva troppi fratelli per poter studiare, così fu mandato all’accademia militare a Roma dove imparò a battere a macchina e a sparare. Mio nonno era dattilografo in Questura e non sparava mai (i suoi colleghi temevano che il piombo gli rovinasse le agili dita), eppure i partigiani sui monti non lo volevano con loro, nonostante i buoni propositi di Alberto e di molti suoi colleghi dopo l’8 settembre, perché quegli uomini preseguitati dal regime la parola poliziotto la pronunciavano carceriere, senza possibilità di palindromi, e allora mio nonno, che se ne fregava del Duce e gli mancava la famiglia in Abruzzo e aveva paura delle bombe, prese la divisa e la pistola, le sotterrò, indossò abiti borghesi, e prese a camminare verso casa, dove l’aspettavano la mamma Carolina con le sue poesie scritte su carta velina e la zia Gina che aveva ricominciato a conservare il pomodoro nei vasetti di vetro. Lì le bombe non cadevano più, e Anna non riusciva a crederci. Nel 1944 Monteodorisio era l’altro capo del mondo: la guerra era quasi finita, il sole sorgeva dal mare e si coricava nei monti. E se provavi a leggerlo al contrario, Monteodorisio nel ’44 si trasformava in Massa nel ’44, dove il sole si alzava dalle Apuane per piangere lacrime rosse nel Tirreno: tutta un’altra storia, alla faccia dei palindromi.

Il potere cambia i nomi alle cose e concede di leggerle in una sola direzione: la fame fu chiamata tessera annonaria, e su in cooperativa ad Anna toccava amministrarla a colpi di cedola, le toccava recitare la parte del regime. Perfino agli alimenti era stato cambiato nome, numerandoli come in un campo di concentramento dell’appetito, perché le persone ne dimenticassero il sapore e non provassero nostalgia delle pance piene. Ciononostante, dopo che la città fu svuotata, a qualcuno spettò di portare il pane agli sfollati, che al contrario si leggono morti di fame: così, ogni mattina, scalando le straduzze che dal centro portano ad Altagnana, San Carlo, Canevara, fino alle cave di marmo statuario, Anna si trascinava a piedi qualche chilo di farina e segatura, mentre ai bordi della via crescevano incolti il piscialletto, il poverino, la cicoria e il mirtillo, con il loro profumo inattinto che al contrario si leggeva attenzione, campi minati. Ogni mattina su a sfidare i colpi di pistola, ed ogni sera giù verso casa con la borsa vuota e le cedole strappate, Anna guardava il tramonto ridondante della costa occidentale, simile a quello della Normandia, scendendo come i ciottoli di marmo verso il mare, fino a diventare sabbia e poi cemento, senza possibilità, alla fine, di tornare pietra lucida e bianca. Su e giù per le Apuane contese fra tedeschi e partigiani, con del pane schifoso conteso fra tedeschi e partigiani, anche loro affamati ma col vantaggio tattico delle armi, Anna faceva la sua guerra: cinquant’anni dopo l’ascoltavo giustificare l’attaccamento patologico alla sua poltrona di vimini con le parole ho camminato abbastanza.

(grazie al Manicardi, che ha curato un libro - sulla fiducia - bellissimo, di cui trovate spiega, download e cose qui, tipo che domani si va a Carpi e si legge).

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giovedì 22 aprile 2010

Non so leggere le ore


Io son uno che spesso perde la pazienza. Non con uno in particolare, perdo la pazienza. La perdo e basta, e allora, quando ho perso la pazienza, son uno che non parla. Non con uno in particolare, non parlo e basta.

Io son uno che sa fare poco o niente. Non come Zeno Cosini, che lui, quantomeno, sapeva scrivere un romanzo, dato che lui è Italo Svevo e viceversa, e spero di non avervi rovinato il finale del libro. Io son uno che quasi tutto quello che fa, e son tante cose, quasi niente gli viene bene. Leggo, ma leggo poco e lentamente. Però, compro molti libri, e quando comincio a leggere, i libri mi guardano e mi mettono in imbarazzo, così leggo poco, lentamente e con imbarazzo. Ascolto molti dischi, ma non abbastanza da sapere di cosa parlano quelli che mi parlano di dischi che non conosco. E sono tanti, i dischi che non conosco, più dei molti che ascolto, se tanti è ancora maggiore di molti, come mi pare che sia. Vado a sentire, poi, i concerti dei gruppi che compongono i dischi che non conosco, che sono tanti, ma inevitabilmente un po' meno dei tanti dischi che non conosco, comunque sempre tanti. E quando sento una canzone che non conosco, di un gruppo che compone un disco eccetera, mi sembra di essermi perso qualcosa, e hai voglia a dirmi, no, non importa mica, perché ormai mi sento in colpa, eredità del catechismo.

Io son uno che gli prende voglia di scrivere sul treno, e siccome salgo a Monza e scendo a Milano, quando scrivo ho diciassette minuti per arrivare alla conclusione, se no poi torno a casa e mi dimentico di finire e accumulo fogli sulla scrivania che, non a caso, rima con entropia. Allora, quando scrivo, raramente ho tempo per controllare quello che ho scritto, e capita che sul foglio, e poi, magari, nel post ci siano un sacco di ripetizioni non volute. Però, recentemente, ho imparato a fare il furbo, così dico che le ripetizioni son volute, anche se alla fin fine non era vero. Quando ho diciassette minuti per scrivere e non mi viene una conclusione, a volte faccio il furbo e finisco con un'anticlimax, o, se mi riesce, con un aprosdoketon. Allora, anche senza sapere cosa sono quelle due cose lì, perché alla fin fine non serve, mi dicono che voglio fare l'umorista, in un certo senso. Ma, e questo mi dispiace più di tutto, più dei libri, dei dischi, dei concerti, io son uno che ci prova a far sorridere, però raramente, quelli che mi dicono che voglio fare l'umorista, poi sorridono. E se anche, spesso sorridono per la ragione sbagliata, solo che non lo posso dire che sorridono per la ragione sbagliata, che poi dicono che me la meno. Invece no, io non son uno che se la mena, qualunque cosa ci sia in me da menare, e qualunque accezione di menare si prenda in considerazione. Come faccio a menarmela, dico, se non ho capito cosa e come devo menare?

Io son uno che ancora non sa leggere le ore, sull'orologio. In passato capitava che, se volevo sapere l'ora, la chiedevo in giro, nonostante portassi l'orologio, che me l'aveva regalato il mio babbo. Allora, quando chiedevo l'ora in giro, dovevo coprire il polso, perché la gente non pensasse che ero strano o che, metti caso, la volevo rapinare usando l'ora come scusa. Poi, è arrivata l'adolescenza, e ho smesso di pormi il problema e di portare l'orologio che mi aveva regalato il mio babbo, perché era mio padre. E quando ho smesso di adolescere, ho ricominciato a portare l'orologio, che mi dispiaceva per il mio babbo, perché era mio padre. Però, io, in tutto questo tempo, non avevo ancora imparato a leggere le ore. Così, porto di nuovo l'orologio e continuo a chiedere l'ora in giro. Se no faccio tardi, perché io son uno che fa sempre tardi. E, su questo argomento, non posso dire la mia, che ci sono almeno dieci persone, facciamo quindici, che se dico la mia sui ritardi, si arrabbiano, e poi finisce che non parlo più.

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domenica 28 marzo 2010

Non canto più, lo giuro

Poi puoi fare come vuoi.

(Riccardo, me, Simone e Alessandro)

Grazie di tutto, a tutti. Si rifà, vedrete che si rifà.

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venerdì 26 marzo 2010

Tieni il resto, lurida bastarda


Ogni volta che finisce una relazione avanza qualcosa, un resto. È una frase automatica e scritta male, peraltro. C’è sempre qualche scrittore che dice ogni volta che.

All’improvviso (c’è sempre qualche scrittore che dice all’improvviso) te ne sei andata e hai lasciato un resto dietro di te, qui dalle mie parti. Non è mai carino lasciarsi, per un numero di ragioni che è inutile elencare, ma soprattutto per il resto che ne avanza (c’è sempre uno scrittore che dice ma soprattutto).

Il resto è imbarazzante: quando pure sono cinquanta euro belli tondi, non capita mai di vedere una banconota. Per lo più si tratta di una manciata così di spiccioli da due (cinque, se va bene). Allora bisogna spenderlo in fretta, anzi buttarlo via. Finirà comunque che ci comprerai una stronzata, dunque tanto vale gettarlo via, o donarlo a qualcuno. Meglio gettarlo, non si sa mai.

Il resto di una relazione imbarazza come l’impronta di peli e sudore sul bordo della tazza: quando credi di avere finito, ti alzi e ti pulisci, sollevi i pantaloni e premi lo scarico, ecco lì il tuo resto (c’è sempre qualche scrittore che dice ecco lì), una sorpresa che ti aspettavi con la forma del tuo culo.

Quando te ne sei andata hai lasciato proprio una bella impronta. Il sedere era il mio, non ci piove, ma lo stronzo, la stronza, eri tu. Chissà che impronta ho lasciato sulla tua tazza, tu che non hai peli sul culo: forse (c’è sempre qualche scrittore che dice forse) il mio resto è solo una macchia di sudore invisibile, forse è un pezzo da cinque che hai dimenticato nei pantaloni estivi durante il cambio dell’armadio.

Il problema non siamo noi due: il problema è la sottrazione, che con le persone non funziona mai tanto bene. L’addizione è semplice: una botta e via a camminare come due ebeti sullo struscio cittadino. La divisione è nobile, la moltiplicazione non fa per me, che non ho ancora capito se devo scrivere un puntino o una ics. Quando qualcuno mi spiegherà se devo scrivere il puntino o la ics, forse comincerò a moltiplicarmi. Per adesso aggiungo, condivido, sottraggo, ma sempre col resto, perché la matematica non è il mio campo.

Pucci, il suo compito è da cinque: le sottrazioni non devono avere resto, se ne faccia una ragione. E non si azzardi a nascondere il resto sotto il protocollo a quadretti stretti, che prima o poi rispunta fuori come un gattone di polvere. Al posto!

Speriamo di alzare il voto con l’orale.


ps- Grazie ad Alessandro per le chitarre preparate e a Riccardo per le ingegnerie sonore, e grazie a Simone a cui è piaciuto questo pezzo nonostante l'avessimo provato solo nel pomeriggio, ma soprattutto grazie per il suo libro molto bello. Grazie a Elena, che preferisce Ellimecbì (come biasimarla?), e grazie a tutti quanti i presenti che non mi aspettavo così numerosi all'esordio di una band offlazionata. Grazie a Elena (quella coi riccioloni) e grazie al cazzo, che c'entra sempre, di riffa o di raffa. Giuro che non canto più, parlo e basta, ciao.

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lunedì 15 marzo 2010

La fine del Mondrian



(questo post è stato riadattato per scrivere questo articolo, per cui ora sapete che in realtà parla di musica e non di apocalisse)


L’aria è frizzante in città e sa di cambio di stagione. Mastodonti migrano a Nord incrociando palmipedi ballerini diretti a Sud, mentre le correnti ascensionali frombolano senza sosta. Gli esseri umani non ci sono più, per quanto forte abbiano potuto gridare, per quanto aperte abbiano spalancato le fauci, ospitandovi insetti dal gusto dolciastro; gli sciacalli presidiano i bar, le gazzelle dormono al riparo dai monsoni sotto ponti autostradali in disuso: tempo due migliaia di anni e tutti quanti gli animali cammineranno in posizione eretta, appiccheranno incendi con zoccoli e grinfie, profittando di una natura lasciata in eredità da chi la chiamava civiltà. Il vetro e il cemento saranno elementi della tavola periodica, fra un milione di anni, quando dei primati non sarà rimasta traccia.

Villette bifamiliari incastrate nelle miniere di bauxite, dove ornitorinchi senzienti ricercano materie prime per le città sotteranee, verranno guardate con indifferenza. Perdute le tecniche, se ne troveranno altre, quando la coda sarà diventata l’organo più importante e le zampe posteriori serviranno per marciare, quelle anteriori per massacrare.

I branchi sparsi nelle pianure boschive ricevono notizie dalle antiche città attraverso messaggi codificati, secondo nuovi linguaggi intra-specie, mentre le mandrie rivali inviano spie per conoscere i segreti delle transumanze: dalla campagna incolta e abbandonata, le genti bestiali si spingono nella trama stradale, seguendo le strade provinciali, sfondando i caselli, abbeverandosi ai laghi spontanei nati dall’incuria dell'asfalto; entrano baldanzose negli strati suburbani e poi urbani accompagnate da un concerto di unghie sfregate per terra e sui pavimenti, come nacchere a festa.

E se saranno guerre e genocidi, nessuno sarà lì per raccontarlo o comunque nessuno ascolterà e se pure qualcuno ascolterà non rimarrà la memoria. Finché di nuovo non sarà introdotta la scrittura e con essa il principio di una nuova catastrofe e gli dei saranno antropomorfi e spiegheranno ogni evento sconosciuto, ma non spiegheranno la propria assenza, fino ad allora i belati e i ringhi saranno boati e canti di inarrivabile bellezza e convinceranno le anime ferine alla propagazione dell’ignoranza.

Alla fine ti svegli in una postura calligrafica e sei costretto a grattarti la Sehnsucht che ti si è addormentata sotto le cosce. Buongiorno.

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Sons of a hatch

C'era una volta un filologo pergameno di nome Cratete che si ruppe una gamba in un tombino di Roma.
Da questo evento traggono origine due conseguenze di ineguale importanza:
- la trasmissione della cultura greca ai rozzi romani;
- la nascita del blog lagambadicratete (non pervenuto).

Ora decidete voi quale delle due sia più importante.

Regalatemi soldi

25.3.2010 - Cratete + simonerossi + ilsamoano + commentone @ ARCI Acropolis (Vimercate)
2.4.2010 - Tre Allegri Ragazzi Morti @ Baraonda (Massa)
10.5.2010 - Daniel Johnston @ Teatro Ciak (Milano)

in lettura

zoppi come me

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