domenica 7 febbraio 2010

Who dat? Who dat?


A ottobre dell'anno scorso, dopo aver constatato il decesso del mio vecchio blog e di una serie di altre cose, avevo aperto quest'altro coso, infilandoci dentro un po' di tutto. A dispetto di quanto si possa facilmente pensare, solo due cose erano testimonianze sincere e piene di me, non rielaborate, non filtrate (direi vere, se non temessi questa parola), niente di che, non pensiate, e purtuttavia talmente personali che ho deciso di eliminarle: uno era un boxino che seguiva la mia dieta, l'altro un elenco di link alle mie squadre favorite nei vari sport che mi capita di seguire. (Capisco che la deflagrazione di questi due elementi possa stupirvi, ma - credetemi - sono migliore di così).
Tra le squadre del cuoricino cacchino cacchietto*(copyright: Michele Erba) trova un posto anche il football americano, nello specifico la squadra di New Orleans. «Perché?» si chiederanno i miei quindici lettori quotidiani. Perché a New Orleans sono stato dodici anni fa, l'ultima volta che andai negli Stati Uniti, prima di Katrina e subito dopo la fine della mia infanzia. Non so cosa ritroverei di quella città pazzesca se ritornassi oggi: ci saranno ancora i ristoranti cajun e i piccoli negozianti che provano a truffarti? e la signora che arrotolava i sigari sul balcone di casa? e ci saranno i ragazzini che ballano il tip-tap coi tappi delle cochecole appiccicati sotto le scarpe? e tutti quei locali di jazz, quei negozi di dischi dimessi nell'aspetto, opulenti nella sostanza? e la borsa agroalimentare e i countryclub saranno ancora lì di fronte alla povertà dei quartieri-ghetto? 
Accatasto ricordi come souvenir e me ne vergogno, ma torniamo a noi. Il profilo dell'enorme cupolone bianco del Lousiana Superdome: questo mi ha convinto a scegliere i Saints come squadra del cuore.

A inizio stagione i Saints non se li calcolava nessuno, e io nemmeno perché non capisco una fungia di football americano. Se dovessi spiegare questo sport a qualcuno più ignorante di me in materia, oltre all'uso imprescindibile dei termini "craniate" e "geometria", ricorrerei ad una breve descrizione onomoatopeica: "fiit - boom - sdeng - crack - squiiish - burp" (fin). Questo sport mi interessa per quello che rappresenta, vale a direbotte, birra, cheerleader e una valanga di cultura popolare e storia americana. So poco del regolamento, quasi nulla dei giocatori migliori, a malapena mi ricordo quando inizia e quando finisce il campionato. 
So, però, che stasera c'è il Superbowl e giocheranno Indianapolis Colts e New Orleans Saints. So anche che una massa di segaiuoli di mia conoscenza non se lo sarebbe mai aspettato. I Saints ottenevano dieci vittorie consecutive e io esultavo, ma loro rispondevano stizziti che i Saints non sarebbero andati da nessuna parte, che sarebbero stati effimeri come i Dolphins di Dan Marino, anzi, aggiungevano, se continuavano l'andazzo iniziato proprio coi Dolphins, ai play off sarebbero usciti al primo turno, perché lì non è che becchi le squadrette, non è che, insomma, apperò, embè. 
Well, fuckers, i Saints stasera se la giocano, non le franchigie dei vostri sogni e nemmeno quelle che avevate pronosticato. E questa è l'ennesima piccola soddisfazione del 2010. Che vincano i Saints, a questo punto, è solo un dettaglio superfluo e profondamente birrifero: buona serata.

ps- il titolo si spiega così. 

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lunedì 1 febbraio 2010

Quoth the Raven, "Nevermore"



(via infetta)

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sabato 30 gennaio 2010

Amen


Ieri ho sentito una storia di crisi, la storia di un giovane ingegnere trentacinquenne.
M. è il primo di dieci figli di un pastore evangelico americano immigrato in Italia negli anni '70 per portare la parola di Dio [sic], ha studiato ingegneria in Lombardia, ma la sua famiglia, per ragioni apostoliche [sic], ha vissuto in tutto il paese. Mio padre lo assunse in Nokia alla fine degli anni '90, neolaureato e pieno di speranze: la sua carriera, a detta di mio padre, fu un'ascesa fulminea. Nel frattempo molte cose cambiarono: dopo qualche anno mio padre lasciò quell'azienda, e un paio d'anni fa fondò con degli amici un'impresa di impianti fotovoltaici: così, dopo una decina d'anni, M. si è fatto vivo per chiedere a mio padre un posto nella nuova azienda. Oggi M., trentacinquenne, ha sei figli ("un dono di Dio" [sic]) e cerca lavoro dopo il licenziamento dalla Nokia-Siemens che, a proposito, è passata da 3500 ad 800 dipendenti: un altro dono di Dio. Amen.

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sabato 23 gennaio 2010

Un momento piccolino come lo spazio




Io ci arrivo coi miei tempi, quasi due anni dopo la pubblicazione, quando nel frattempo è uscito un nuovo album ("Heavy Metal Fruit"): "Little Lucid Moments" è un disco pazzesco, nel vero senso della parola. Prese tutte le declinazioni della musica rock dagli anni sessanta ad oggi, i Motorpsycho non ripetono, ma proseguono il discorso: analisi contro sintesi, superficie contro profondità. Lasciatemi raccontare.

"The Alchemyst" inizia con l'angoscia dell'attesa di "One of these days" e i suoni di "Shine on you crazy diamond". Dopo aver lasciato decantare quei suoni astrali, attraversate un tunnel di aperture beatlesiane e vi trovate dentro "Teenage Riot": i Motorpsycho vogliono ribadire il concetto, pestando duro su quello stile e su quelle armonie, come se i Sonic Youth avessero lasciato qualcosa in sospeso. Ecco che arriva il ritornello: sono CSN&Y, redivivi e non ripuliti, che ti spingono a tornare un momento dai Sonic Youth per poi riprenderti per mano (maledetta forma-canzone e le sue illusioni di eternità). Una pausa, un arpeggio e una linea di basso e batteria crescente che si attesta su un ritmo di motori rombanti e "Born to be wild" ed ecco che la chitarra ritorna con tuoni frippiani a ricordarti che, in fondo, una canzone piena di idee non avrà mai tempo sufficiente per esprimersi appieno se non la lascerai dilungarsi quanto basta (e questo andrebbe riportato nella Treccani sub voce "Motorpsycho"). Attenzione, non è rock progressivo, questo è Wagner: infatti, rieccolo lì il tunnel chiamato "A hard day's night" - ringkomopsition, leitmotiv, o qualsiasi altro lemma germanico vi venga in mente - solo che non è proprio lo stesso, perché nel frattempo sei stato posseduto da Salvador Dalí che ti ha incasinato percezioni e ricordi, e vedi, no anzi, senti i Sonic Youth copulare selvaggiamente con l'informe immagine residua di quanto hai appena ascoltato per dodici minuti. E a quel punto, mentre sei ancora stordito, la canzone finisce con garbo scandinavo.

Aspetta che vado a leggere il sottotitolo sul disco: a discourse on transmutation, pennies dropping & the luminiferous aether. Appunto, come dicevo io.

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mercoledì 20 gennaio 2010

E perciò noi gridiam Salvador Dalí

Questo video è talmente bello che merita di stare qui: mi ricorda qualcosa di Paprika, ha un che di animazione giapponese sia nel tratto più propriamente disneyano sia, soprattutto, nel "movimento di camera" e nella regia. Risalendo il progetto al 1946, sarebbe giusto fare un lavoretto filologico sui diari di Dalí che (a quanto pare) hanno ispirato Roy Disney nel completamento del cortometraggio (2003), per capire eventuali debiti esterni.
Poi ci sarebbero considerazioni sull'industria cinematografica, ma mi mancano le basi: fatele voi, così mi limiterò ad annuire. Qui una breve storia della faccenda Dalí-Disney.

Va bene sì, arrivo con sette anni di ritardo, ma cosa sono di fronte all'eternità*?



(via Cozla.)

*Questa frase me l'ha suggerita Ratzinger all'uscita dalla sinagoga di Roma.

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martedì 19 gennaio 2010

However hard I tried

Io ci provo ad aggiornare questo blog bellissimo, ci provo: ho lì quasi pronto un pezzo sul citazionismo, per non parlare di quello che ho ideato stamattina sul masochismo, e poi c'è musica noiosa che sta per intervistare un tipo troppo figo per essere preso sotto gamba. Ma ogni giorno ne capita una: prima questa, ora quest'altra.

Fatemi gli auguri, bella gente.

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giovedì 14 gennaio 2010

Jay Reatard e cose mie


Visto che lo faranno in pochi, perché non eri Paul Newman, non eri Patrick Swayze e (graziaddio) non eri Michael Jackson, ti saluto io.
Dopo aver pubblicato questa cosa sul tumblr, io e Samoa abbiamo scritto due "coccodrilli" quasi contemporaneamente. Per dire che non aggiorno più molto qui perché sto partecipando ad un progetto serissimo e organizzato. Che ci volete fare, noi uomini di oggi siamo così, dolcemente pasticcioni.
Intanto, pare che il giornale, quello grosso e cattivo che sta a Milano e sui titoli del quale ho spesso ironizzato, mi voglia concedere di pubblicare il famoso articolo sul Duomo di Monza etc. riaggiornato e deumanizzato. A meno che non capiti un cataclisma in Lombardia nelle prossime 72 ore, cosa che normalmente mi auspicherei.
Invece no, via, perché c'è anche la famosa ex showgirl che mi cerca per la fine di febbraio: ecco, il cataclisma, se vuole, può arrivare il giorno in cui avrò la mia prima erezione in ufficio. Capito, dio? Let's keep in touch.

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Sons of a hatch

C'era una volta un filologo pergameno di nome Cratete che si ruppe una gamba in un tombino di Roma.
Da questo evento traggono origine due conseguenze di ineguale importanza:
- la trasmissione della cultura greca ai rozzi romani;
- la nascita del blog lagambadicratete (non pervenuto).

Ora decidete voi quale delle due sia più importante.

in lettura

in ascolto

qui potete sentire: settimane mesi anni - strato urbano

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